Sera

Jeremy Brooks, The Years Roll By

― Buonasera signorina.
― Buonasera Alfred.
La hall era insolitamente affollata, a quell’ora di sera.
La luce calda e dolce dei lampadari si rifletteva sulle pareti lisce, sui marmi, sugli specchi. Illuminava tutto senza dare fastidio, dando un senso di intimità che non ci si sarebbe aspettati in un ambiente così ampio. Quella luce riusciva a non contrastare nemmeno con il buio fuori, non gli rubava spazio: era come se gli rendesse piena dignità.
Come se non potesse esistere un bel buio senza una bella luce.

― Colpa della pioggia, signorina ―, come se le avesse letto nel pensiero, ― entrano a ripararsi e finisce che non escono senza almeno un whisky in corpo.

Dall’ingresso poteva vedere il bar, nella sala accanto. Il barman, impeccabile come al solito nel suo gilet blu, asciugava bicchieri nella penombra. Non lo aveva mai visto lavarne uno, solo asciugarli con cura. Doveva essere una cosa molto rilassante, asciugare bicchieri.
― Sa, dobbiamo essere discreti, noi barman ―, le aveva raccontato una volta, ― dobbiamo saper servire un gin tonic senza essere lì. Alla gente piace parlare, ma non piace quando qualcuno origlia.
Ma spesso li aveva visti parlarci a tu per tu, col barman, come con un confessore.
― Non parlano veramente con me. Parlano verso di me. Non vogliono una risposta, vogliono solo non essere presi per pazzi a parlare da soli, per una volta. Come se la gente non parlasse mai da sola. Vogliono che li ascolti e poi dimentichi tutto. E se mentre parla tu asciughi bicchieri, gli dai esattamente quella sicurezza: di non avere nessuna intenzione di ricordarti alcunché.

Quella sera, al bancone, di fronte al barman, stava seduta una donna. Aveva ordinato un drink ma non ne aveva ancora bevuto. Parlava col barman, anzi, al barman, muovendo il dito sul bordo del bicchiere in un gesto ripetitivo, solenne. Lo sguardo era perso sui riflessi dell’oliva sul fondo, noncurante del fatto che il suo interlocutore, intanto, asciugava bicchieri. O, più probabilmente, era esattamente il motivo per cui si sentiva così a suo agio a quel bancone.

Anche due tizi ben vestiti stavano seduti al bancone, ma in disparte. Un bicchiere pieno ed uno vuoto davanti a ciascuno, parlavano sottovoce. Uno aveva appoggiato la propria mano sulla gamba dell’amico, a trasmettergli un discreto ma deciso senso di protezione. L’altro non sembrava triste, nessuno dei due sembrava stesse affogando i dispiaceri nella birra, in effetti. Ma, chissà come, sembrava che avesse assoluto bisogno di quella mano. Sembrava che tutto girasse intorno a quel gesto, a quella mano, come l’unico punto a fuoco di una fotografia.
C’era una coppia di ragazzi, seduti ad un tavolo su un lato della sala, a bere e parlare.
Essere rimasti quasi da soli non li turbava in nessun modo, forse non se ne erano nemmeno resi conto. Lui aveva spostato la sedia sull’altro lato del tavolino quadrato, a rompere la composizione di sedie e tavoli allineati e ad abbattere un po’ di distanza da lei.
Bravo.
Lui parlava, raccontava e gesticolava appena. Non riusciva a vedergli il volto, ma solo i capelli corvini scompigliati. Lei lo ascoltava giocherellando con la ciliegia candita del suo cocktail, ridendo alle battute e ogni tanto abbassando gli occhi sul bicchiere, facendo passare una ciocca di capelli davanti al volto, a nascondere un sorriso di quelli felici, soddisfatti, uno di quelli che, cavolo, non sono solo dei sorrisi. Sono frasi e storie intere che vogliono e devono essere gridate al mondo.
Sorrise pensando a come, e se, un sorriso potesse fare rumore. Un sorriso ‘rumoroso’?

Una coppia stava camminando verso gli ascensori. Parevano appena tornati da una serata elegante: smoking per lui, un lungo vestito verde per lei. La chioma argentea dell’uomo contrastava con il nero profondo del vestito, su cui si notavano alcune gocce di pioggia, nonostante l’ombrello che portava al braccio. Doveva averlo usato per proteggere lei e la sua, di chioma argentea, che portava con una grazia davvero invidiabile. Si accarezzavano appena la mano, in attesa davanti alle porte dell’ascensore. Pensò che non aveva mai visto tanta tenerezza racchiusa in un gesto così semplice.
Una ragazza se ne stava invece sulle poltroncine di pelle bordeaux, con un libro in mano e il trolley accanto, uno di quelli che devono aver fatto un sacco di strada, a giudicare dalle etichette mai rimosse.
Le gambe allungate, la mano sinistra ad attorcigliare i capelli. Aspettava un taxi ma senza alcuna impazienza, difficile dire se partisse per un viaggio o tornasse a casa. Con tutte quelle etichette, forse, non c’era poi tutta questa differenza.
Alfred, il portiere, se ne stava al suo posto osservando la gente. Una volta le aveva confidato che si divertiva a dedurre la vita delle persone dal modo di camminare, di portare la borsa, di vestire, di tenere le mani. Su quelli che diventavano clienti abituali, poi, cercava di capire quanto ci avesse azzeccato. A quanto diceva non si era mai sbagliato, ed era infatti ancora convinto che il dottor Montgomery, stimato veterinario, avesse qualcosa a che fare con il traffico di droga.

― Anche a lei piace osservare la gente, vedo.
― Non ci si può godere il mondo senza guardare per bene le persone… e in quale altro posto puoi avere un campionario del genere?
― All’aeroporto e in stazione ― rispose Alfred, con il tono di quello che la sapeva lunga. ― Adoro le stazioni, soprattutto quelle piccole, dove hai la gente che corre, che salta su e giù all’ultimo momento. E poi vedi un sacco di gente strana, di vestiti diversi e un sacco di bagagli, sa quante storie si possono dedurre in una stazione?
Lei sorrise, immaginandosi quell’uomo, su una banchina, a fissare la gente e a tirare ad indovinare il mestiere di un tizio che, con un completo grigio e i mocassini, correva per prendere il treno.
― Oh Alfred, come faremo senza di te?
― Sarete sempre in buone mani, signorina.
Pensò un attimo a quel “Buongiorno signorina”, a quella voce profonda che scandiva le sue mattine, che dava alla sua giornata una partenza ufficiale, come un bollo su una pergamena. Poteva essere una pessima mattina, ma quel sorriso, quella voce e quel buongiorno le ricordavano che la giornata era appena iniziata, che di occasioni per renderla buona ce ne sarebbero state un sacco, e che non c’era motivo di ricambiarlo con convinzione, quel sorriso.
― Nessuno potrà mai sostituire il tuo buongiorno.
― Sappiamo entrambi che è solo un ‘buongiorno’, signorina. Basta dirlo col sorriso giusto e la voce decisa ― e poi fece un po’ di prove, come a dimostrare quanto l’intonazione fosse importante. ― Molti degli ospiti non si accorgeranno nemmeno che non sarò più io a dare loro il buongiorno o ad aprire la porta.
Quella frase la colpì in pieno. In effetti, nonostante fosse una presenza rituale nella sua giornata, non aveva mai avuto molto a che fare con quell’uomo. Al momento non riusciva nemmeno a ricordarne il cognome. Ci aveva chiacchierato un po’ di volte, ogni tanto si tratteneva sulla porta a scambiare qualche parola e a farsi raccontare la storia di qualcuno che entrava o usciva. Non ricordava di averlo mai abbracciato, forse nemmeno di avergli stretto la mano.
Beh, escludendo le volte che da bambina si aggrappava alla sua gamba pur di non andare dal dentista.
― Spero solo che il mio successore non si offenda quando continueranno a chiamarlo Alfred ―, ridacchiò. Poi tornò serio: ― Il vero problema sarebbe se smettesse di esserci un portiere. Ma i piccoli cambiamenti li notano in pochi, e il volto del portiere è solo un dettaglio.
In cuor suo sapeva che, in fondo, aveva ragione. E le si strinse un po’ lo stomaco.
Le venne in mente un libro che le avevano prestato tempo prima, in cui l’elettromagnetismo (sì, l’elettromagnetismo) era paragonato a un faro (sì, un faro). Si riesce ad indurre corrente con un campo magnetico solo quando lo si fa variare: per tutto il tempo in cui rimane stabile, non succede nulla. Esattamente come un uomo che vive vicino ad un faro: finché la sua luce continua a funzionare, egli si scorderà man mano della sua esistenza, non avrà alcuna reazione a quei bagliori. Ma la sera in cui dovesse smettere di funzionare, o ancora quando dovesse essere riparata, allora sì che quell’uomo vedrà davvero quella luce.

Pensò che quel buongiorno non sarebbe potuto essere sostituito da nessun altro buongiorno.
Pensò che doveva fare qualcosa per dire che no, quel buongiorno non poteva essere sostituito.
Che se anche il nuovo portiere si fosse dimostrato all’altezza no, quel buongiorno sarebbe stato inarrivabile. Speciale, per tutto quello che aveva significato per lei.
Allora si avvicinò ad Alfred e gli diede un elegante bacio sulla sua guancia rugosa. Si tirò indietro di mezzo passo, fece un sorriso all’uomo e ripeté con il tono più deciso che aveva:
― Nessuno potrà mai sostituire il tuo buongiorno.

Si girò e tornò fuori, andando a sedersi su un lato della scalinata che saliva dal marciapiede.
La pioggia intanto non accennava a smettere. Non che stesse diluviando, era una di quelle pioggerelle estive fitte fitte che le senti solo perché ti inzuppano i vestiti. Una di quelle in cui ti viene voglia di correrci in mezzo a piedi nudi e sentirti un po’ bambina, ridendo, gridando, e guardando la luna.
― Fatto tardi anche tu? ― e le si sedette accanto, piegando con cura la giacca e appoggiandola lì, sui gradini. ― Non mi stupisce trovarti qui ―, aggiunse.
― Colpa della pioggia ―, rispose lei con un mezzo sorriso ma senza guardarlo, citando una frase che si erano detti fin troppe volte.

Più tardi, andando verso gli ascensori, camminava svelta con la testa altrove, tanto che quel “Buonanotte signorina” le arrivò come da lontano e con un certo ritardo.
Solo quando si trovò di fronte alla porta degli ascensori si voltò, guardò il portiere, e con gli occhi lucidi fece anche lei uno di quei sorrisi rumorosi, uno di quelli che a guardarli bene saprebbero raccontarti una storia intera.
Una bella storia, ma ancora senza il finale.
Perché il sorriso più bello è quello che non ce l’ha, il finale.

[Immagine: Jeremy Brooks, The Years Roll By, CC-By-NC]

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