Caffè

Nervi - © MassimilianoBoom.

Mi giro di scatto e vedo Elettra con la faccia annerita e gli avambracci ancora appoggiati al bancone.  La sento sospirare, e senza nemmeno guardarmi appoggia lentamente la pipetta che aveva in mano e si mette a ripulire. Nessun danno serio, a occhio, il laboratorio è ancora tutto intero e non è nemmeno partito il sistema antincendio.

Mi rimetto a lavorare sui miei composti, non c’è molto che possa fare, e considerando che è almeno la quarta esplosione negli ultimi due giorni, non è nemmeno il caso che le chieda cosa sia successo, visto che lo sappiamo benissimo entrambi. O meglio, che lo ignoriamo benissimo entrambi: c’è un errore di miscelazione, certo, ma dove stia il problema ancora non lo abbiamo capito. Temperature troppo alte? Becher troppo piccolo? Quantità sbagliate? Troppo veloce? Si va per tentativi, purtroppo, e anche questo va nella lista di quelli “andati male”. Altro materiale, altro tempo, altra voglia andati letteralmente in fumo.

Ripulito il bancone, sento Elettra alzarsi e andare sul balcone a fumarsi una sigaretta. Io intanto devo lasciar riposare i miei campioni, mi sa che mi prendo un caffè alla macchinetta e poi la raggiungo all’aria aperta.

Me la trovo lì di spalle, appoggiata perfettamente al centro alla ringhiera e leggermente chinata in avanti, con il vento che le fa svolazzare il camice e i capelli biondi.

Il cielo è grigio, molto nuvoloso, ma nonostante ciò la pioggia non sembra così imminente. La luce del sole non riesce a filtrare quella coltre di nubi, di cui però illumina alcune zone creando dei fortissimi contrasti di colore.  Il mare è perfettamente in tema con il cielo e con l’umore della mia amica: mosso ma non burrascoso, blu scuro, con i flutti che si infrangono sulla scogliera. Aver scelto una università vicino al mare ha i suoi vantaggi, almeno nei momenti di pausa.

Ti stai prendendo i suoi pensieri, vero?
Li stai attirando con il moto delle tue onde, con le tue correnti, esattamente come ti riprendi le conchiglie sparse a riva quando risale la marea.

Il mare da tanto, il mare prende tanto. E nessuno può sottrarsi al richiamo del mare.
Prendi un bambino, mettilo in spiaggia, e ne sarà irrimediabilmente attratto. Finirà per entrarci, nuotarci, giocarci, anche solo starci a mollo. Poi il bambino cresce, e sente che non è solo curiosità, quella cosa che lo attira del mare. Non è solo l’acqua, non è solo la ricerca di frescura nelle giornate estive, non è solo nuotare o giocare. C’è qualcosa di più. Ed è quella forza che, dell’adulto, attrae i pensieri. Attrae l’animo.

Quella forza che sembra non essere più in grado di attrarre così facilmente il corpo, è diventata dannatamente brava ad attivare la mente in un modo tutto suo. A farti pensare senza riuscire a nascondere i pensieri, a mascherarli, a ridimensionarli. Non ce ne è bisogno, d’altronde, nessuno può ascoltarli.

Tranne il mare.

Una vuole prendersi un momento per sé, per pensare a quello che vuole, e si ritrova con qualcuno che, sullo specchio dell’acqua, tira un filo invisibile di pensieri, stabilendone i collegamenti, dettandone i modi e scandendone i tempi.

— Perché quello che tocco esplode?

Mi ha sentito aprire e richiudere la portafinestra, e ha parlato senza muoversi di un millimetro. Mi appoggio allora al vetro, mi prendo un sorso di cioccolata (sì, alla fine ho puntato sul dolce), e

— Parli del progetto?

Si volta tanto quanto le basta per lanciarmi di traverso uno sguardo di biasimo, dopodiché torna a fissare il mare. Lo so che no, ovvio che non stai pensando solo al progetto e al perché ti esplodano le soluzioni. Per quelli c’è poco su cui riflettere: andare avanti con un nuovo tentativo, cambiando qualcosa e tenendo conto di quello che ormai hai imparato.

— Sono stanca. Dovrei arrivare alla conclusione che certe cose, semplicemente, non si possono mischiare.

— La prof si arrabbierebbe molto a sentirti dire una cosa del genere, visto il lavoro che ti ha affidato. Quello su cui stai lavorando si mischia eccome, basta farlo nella maniera giusta.

— La sai tu la maniera giusta?

— Sei qui per scoprirla tu.

— E intanto mi bruciacchio le sopracciglia.

— Se è troppo facile non impari niente, e poi al primo problema non sai che fare.

— Stai sempre parlando del progetto? — e si volta di nuovo — Almeno avvisasse prima di esplodere! Se parlasse… troppo caldo, troppo freddo, troppo veloce, tac! soluzione fatta, lavoro finito.

— Ah, perché, se parlasse la staresti a sentire?

Ups, ho esagerato. Silenzio. Elettra torna a fissare il mare. Un altro sorso di cioccolata e ammorbidisco la voce.

— Secondo me ti fai distrarre dalle esplosioni, e ti sembra messa peggio di quanto non sia davvero, perché pensi che dietro ci siano chissà quali problemi. Inizia a capire perché esplode e risolvi quello. Poi nel caso sistemi il resto delle proprietà, però almeno ti salvi le sopracciglia e stai lontana dai rischi. E alla fine ecco la tua soluzione perfetta. L’idea è buona, i composti vanno bene e la partenza l’abbiamo rivista un milione di volte, meglio di così non potevi pensarla. Devi solo lavorarci su.

— Voglio che smetta di esplodere, almeno questa.

— Un problema alla volta. Prendi tutto una cosa alla volta, esattamente come mischi composti diversi: un po’ alla volta, e man mano diventano una cosa sola. Vedrai che tutto smette di esplodere, se impari come gestirlo.

Si gira e mi fissa con la faccia da “Sei il solito sapientino.”

— Quanto hanno da riposare ancora i tuoi cosi?

— Una decina di minuti, più o meno.

— Dai che ci facciamo un caffè con la moka.

— Ma veramente…  — e le faccio vedere il bicchiere della cioccolata.

— Ho detto: dai che ci facciamo un caffè con la moka.

— Sperando non esploda pure quella…

E poi niente, la pedata me la sono meritata. Ma va bene così.

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