Notte prima degli esami

Interno notte, camera da letto vista come dalla finestra aperta. Contro una parete, una scrivania pena di libri e fogli sparsi, con su un lato un computer, acceso. A coprirne parzialmente lo schermo una figura maschile di spalle, seduta su una sedia e intenta a scrivere.

Fa caldo. Finestre spalancate, un silenzio come solo nei paesi di provincia nelle notti di mezza estate, rovinato dal ronzio di qualche insetto e dalla falsa ritmicità del battere delle dita sulla tastiera. Dita che scorrono veloci e scrivono qualcosa di molto lontano da quello che dovrebbero scrivere.

Più sono sparsi gli appunti e più la data è vicina, di solito. Stasera un paio di fogli sono arrivati anche a colonizzare il letto: brutto segno. E se siamo così vicini, il computer acceso dovrebbe accogliere solo riassunti e ricerche, e invece le dita che scorrono veloci danno voce a pensieri che di accademico non hanno un bel niente.

Più c’è silenzio e più c’è solitudine, o meglio, più la si sente. Il telefono non vibra, il mondo dorme o almeno di questo ti convinci, siete tu e una pagina bianca, e a separarvi solo un senso del dovere che dopo una certa ora perde di ogni credibilità.

Sei da solo, ragazzo mio.

Sei da solo contro il mondo. Contro il mondo che devi studiare, contro il mondo che ti vuole sveglio e scattante, contro il mondo che ti vorrebbe altrove, magari pure diverso, contro il mondo che proprio non riesce a capire che ti deve lasciare un po’ in pace.

Fermi. Fermatevi. Zittitevi tutti, lasciatemi un’ora nel silenzio a pensare a quello che voglio, a scrivere quello che voglio, a non avere paura o rimorsi nel concedermi uno stacco. Sì lo so, me ne prendo fin troppi, ma con lo stomaco annodato e lo sguardo puntato su un libro… nessuno stacco lo è per davvero.

E poi le mille cose per la testa, libri, appunti, grane, consigli, pareri, inviti, impegni… tante cose e non te ne godi nemmeno mezza, sempre a cercare di stare un passo avanti, verso la pagina dopo, il giorno dopo, la sera dopo. Tutto bellissimo e nulla che ti piace, solo quando stacchi o scappi riesci a respirare, e ti sembra che le cose migliori siano quelle che agguanti solo ogni tanto. Ma in realtà non è perché siano più belle, ma perché sei tu più bello, senza lo stomaco annodato e la testa da un’altra parte. Fermati e guarda quello che hai in mano, fermati e renditi conto che non te lo stai godendo per niente, che lo stai usando male, che forse nemmeno sai cos’hai di fronte.

Una vacanza, per favore. Sì, un po’ di ghiaccio, no, niente oliva. Oppure della carta, bianca, veda lei. Arriva la carta, che la vacanza forse tra un po’. Carta finta, tra l’altro, solo una schermata bianca su cui si allineano lettere tutte uguali e precise. Potrei prendere un foglio vero, dici? Molto vecchio stile, non c’è che dire, ma non so se sta dietro alla velocità dei pensieri, non a quest’ora della notte e con gli occhi mezzi chiusi, almeno. Arriva la carta e via a scrivere una scena, una scena che stavolta non è nemmeno troppo inventata.

Via a scrivere di una nottata in solitudine, in cui ti chiedi pure se non sia meglio così. E alla fine no, stupido, no che non è meglio così. Domani il mondo ricomincerà a muoversi, i rumori a scavalcarsi, i telefoni a vibrare e la gente a parlare. E forse è solo grazie a quello che quest’ora e questa pagina ti sono così preziose.

Silenti e bianche, in una notte di mezza estate.

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