Notte prima degli esami

Interno notte, camera da letto vista come dalla finestra aperta. Contro una parete, una scrivania pena di libri e fogli sparsi, con su un lato un computer, acceso. A coprirne parzialmente lo schermo una figura maschile di spalle, seduta su una sedia e intenta a scrivere. Fa caldo. Finestre spalancate, un silenzio come solo nei […]

Caffè

Nervi - © MassimilianoBoom.

Mi giro di scatto e vedo Elettra con la faccia annerita e gli avambracci ancora appoggiati al bancone.  La sento sospirare, e senza nemmeno guardarmi appoggia lentamente la pipetta che aveva in mano e si mette a ripulire. Nessun danno serio, a occhio, il laboratorio è ancora tutto intero e non è nemmeno partito il sistema antincendio.

Mi rimetto a lavorare sui miei composti, non c’è molto che possa fare, e considerando che è almeno la quarta esplosione negli ultimi due giorni, non è nemmeno il caso che le chieda cosa sia successo, visto che lo sappiamo benissimo entrambi. O meglio, che lo ignoriamo benissimo entrambi: c’è un errore di miscelazione, certo, ma dove stia il problema ancora non lo abbiamo capito. Temperature troppo alte? Becher troppo piccolo? Quantità sbagliate? Troppo veloce? Si va per tentativi, purtroppo, e anche questo va nella lista di quelli “andati male”. Altro materiale, altro tempo, altra voglia andati letteralmente in fumo.

Ripulito il bancone, sento Elettra alzarsi e andare sul balcone a fumarsi una sigaretta. Io intanto devo lasciar riposare i miei campioni, mi sa che mi prendo un caffè alla macchinetta e poi la raggiungo all’aria aperta.

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Sassi

Sassi che rotolano, sassi che franano, sassi che viaggiano, sassi che volano (ma come volano?!).

Sassi a chiudere una strada, sassi a bloccare il traffico. Una frana, dicono, un disastro evitato, meno male che non passava nessuno. L’ha schivata per un pelo, ha detto quel signore laggiù.

Sassi che un giorno hanno deciso di franare? Hanno un’anima, forse? Hanno un’anima come il chiodo e il quadro che si mettono d’accordo per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto”, e quel giorno a quell’ora fran!, vengono giù?

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Sera

Jeremy Brooks, The Years Roll By

― Buonasera signorina.
― Buonasera Alfred.
La hall era insolitamente affollata, a quell’ora di sera.
La luce calda e dolce dei lampadari si rifletteva sulle pareti lisce, sui marmi, sugli specchi. Illuminava tutto senza dare fastidio, dando un senso di intimità che non ci si sarebbe aspettati in un ambiente così ampio. Quella luce riusciva a non contrastare nemmeno con il buio fuori, non gli rubava spazio: era come se gli rendesse piena dignità.
Come se non potesse esistere un bel buio senza una bella luce.

― Colpa della pioggia, signorina ―, come se le avesse letto nel pensiero, ― entrano a ripararsi e finisce che non escono senza almeno un whisky in corpo.

Dall’ingresso poteva vedere il bar, nella sala accanto. Il barman, impeccabile come al solito nel suo gilet blu, asciugava bicchieri nella penombra. Non lo aveva mai visto lavarne uno, solo asciugarli con cura. Doveva essere una cosa molto rilassante, asciugare bicchieri.
― Sa, dobbiamo essere discreti, noi barman ―, le aveva raccontato una volta, ― dobbiamo saper servire un gin tonic senza essere lì. Alla gente piace parlare, ma non piace quando qualcuno origlia.
Ma spesso li aveva visti parlarci a tu per tu, col barman, come con un confessore.
― Non parlano veramente con me. Parlano verso di me. Non vogliono una risposta, vogliono solo non essere presi per pazzi a parlare da soli, per una volta. Come se la gente non parlasse mai da sola. Vogliono che li ascolti e poi dimentichi tutto. E se mentre parla tu asciughi bicchieri, gli dai esattamente quella sicurezza: di non avere nessuna intenzione di ricordarti alcunché.

Quella sera, al bancone, di fronte al barman, stava seduta una donna. Aveva ordinato un drink ma non ne aveva ancora bevuto. Parlava col barman, anzi, al barman, muovendo il dito sul bordo del bicchiere in un gesto ripetitivo, solenne. Lo sguardo era perso sui riflessi dell’oliva sul fondo, noncurante del fatto che il suo interlocutore, intanto, asciugava bicchieri. O, più probabilmente, era esattamente il motivo per cui si sentiva così a suo agio a quel bancone. Continua a leggere “Sera”

Atro

Cammina per i vicoli con quella finta fretta che anni di pendolarismo gli hanno infuso nelle vene.
Benché lontano dalla grigia Milano, l’atteggiamento è sempre lo stesso: passo svelto, mani in tasca, testa altrove.

I passanti lo squadrano come se avesse un faro puntato addosso… chissà perché, ma un volto che sembra triste lo notano tutti.
Anche i bambini lo guardano storto, distratti per un attimo dal loro gelato: i “grandi” sono sempre tesi, sempre seri, sempre arrabbiati… strano vedere un adulto sorridere così ingenuamente.

Punti di vista, li chiamano.

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